IT Revolution

3 maggio 2014

1.240 minuti di spettacolo in 64 appuntamenti di 20 minuti ciascuno. Questi i numeri della prima serata di IT festival, che ha trasformato gli spazi della Fabbrica del Vapore in un grande laboratorio collettivo, partecipato da pubblico, attori e operatori del teatro. Uno dei temi più discussi, fuori dalle sale e nel dibattito di tarda serata, è stato proprio quello del tempo che ogni compagnia ha avuto a disposizione per presentarsi. Venti minuti sono sufficienti a mostrare il proprio lavoro? La divisione in pills (estratti da spettacoli esistenti), ad hoc (performance pensate appositamente per il contenitore spazio-temporale del festival) e showcase (dimostrazioni di lavoro e presentazioni più didascaliche) presenta un deciso sbilanciamento, in termini numerici, sui primi: salvo alcune eccezioni di spettacoli che ben si prestano all’estrazione di singole scene, la compressione di un lavoro nato per tempi più dilatati rischia di comprometterne la restituzione narrativa, il crescendo di emozioni, e quindi la ricezione. Ma venti minuti permettono di capire la maturità della compagnia, la sua capacità di tenere la scena, il linguaggio che le è proprio. In venti minuti si può raccontare una storia, si può entrare in contatto con il pubblico, si possono innescare dei dispositivi scenici inediti. Per questo, al di là delle polemiche e dei commenti delle compagnie che lamentano la scarsità delle prestazioni tecniche delle singole sale o che vedono sminuito il proprio faticoso e appassionato lavoro, la prima serata di IT festival ne conferma il successo. Perché il rapporto con il pubblico – sia di osservatori esterni sia di addetti ai lavori – è diverso da quello che si trova nelle sale teatrali più istituzionali e da quello dei festival estivi: gli spettatori di IT hanno raccolto la sfida a mettere in gioco la loro capacità di ricezione delle performance e a cercare di empatizzare, in un lasso così breve di tempo, con gli attori in scena. E si tratta di un pubblico in parte nuovo, attratto forse più dal format inedito e dall’atmosfera festosa (e questo non è un male) disposto ad attraversare il piazzale e percorrere le sale in lungo e in largo per assaggiare le diverse fette della grande torta del teatro indipendente.
Un teatro che sceglie di presentarsi con il vocabolario in primo luogo della parola e poi del corpo, ma che sembra rinunciare, difficile dire se in ragione del contesto di ristrettezze temporali e tecniche, alla sperimentazione di altri linguaggi. La fortuna di incontrare proposte più o meno convincenti sta negli itinerari personali che la serata traccia in modo quasi spontaneo tra le singole sale, e pare difficile, oltre che riduttivo, fare un bilancio sui contenuti. Complicato per il pubblico anche farsi un programma da seguire: una coda tira l’altra e alla fine poco importa essere riusciti a vedere proprio quello spettacolo: se ce lo si è persi, si è scoperto qualcos’altro di inaspettato.

E per molte delle centinaia di persone che hanno ripetutamente attraversato il piazzale della Fabbrica del Vapore dalle 18 alle 24, inaspettato sarà stato scontrarsi con lo sciame umano incarnato da Stormo Revolution, la performance site specific di Effetto Larsen che sta attraversando l’Europa e che è approdata anche a IT. Un lavoro che parte dallo studio dei movimenti degli animali, e in particolare alle migrazioni degli uccelli, e diviene in ogni sua manifestazione un atto di occupazione di uno spazio pubblico, si tratti di un luogo abbandonato o di una piazza, di archeologia industriale o di residui urbani senza identità. Coinvolgendo di volta in volta persone del luogo in cui prende forma, Stormo Revolution è atto sociale e politico, che afferma la forza della collettività al di là del singolo individuo, mettendo insieme vita quotidiana e teatro, arte performativa e pensiero. Per quanto penalizzata dal buio e dalla vastità del piazzale, questa performance collettiva ha sembrato dare forma ai concetti chiave che guidano il festival: scambio, confronto, condivisione di esperienze, ricerche e fatiche, in un grande flash mob del teatro che per tre giorni unisce le proprie energie più vitali e invisibili. Uno stormo fatto di puntini che si uniscono e si allontanano, che accettano di privarsi di un pezzetto della propria identità per andare a comporre una nube composita. Sta ad ogni spettatore leggere in questa nube la forma che gli è più congeniale e scegliere i puntini neri da seguire.

Francesca Serrazanetti (Stratagemmi)

Tag:, , , , ,