A DROP OF BLUE #recensione

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di A Drop of Blue

Dal fondo della platea la voce di Beatrice Parapini ci avvolge intonando un blues di Robert Johnson e, camminando lentamente verso il palco, apre il sipario sulla vita di uno dei musicisti più influenti del ventunesimo secolo. Mississipi, 8 Maggio 1911: nasce Robert Johnson. Figlio di braccianti, già in tenera età capisce che il suo futuro è lontano dai campi e non può solcare altro che i sentieri del blues. Ma la strada verso il successo è tortuosa: il talento di Johnson non viene riconosciuto e le sue note ancora immature sono incapaci di far vibrare le corde più profonde degli animi. È il 1929: Robert Johnson sposa Virginia Travis, che muore dando alla luce il loro primo figlio. Il blues è l’unica panacea per questo grande dolore e il chitarrista rifugge la disperazione con un vagabondaggio dissoluto fra le città del Mississipi. Il rapporto con la musica si fa sempre più controverso: gli accordi sono ancora stonati, le note imperfette, le sue performance “interessanti ma non brillanti” non sono mai abbastanza. Ed ecco che Johnson si trasforma in un moderno Faust barattando quello che ha di più caro con la capacità di suonare la chitarra come nessuno: dove siamo disposti ad arrivare – sembrano chiederci gli autori di A drop of Blue – per eccellere e non abbandonare la cresta dell’onda?
Le parole di Beatrice Parapini, fra narrazione e canto, sanno creare atmosfere suggestive e coinvolgenti; l’attrice, nei panni di narratrice e molteplice personaggio, si muove sul palco supportata dalla chitarra di Daniele Bonadei, le cui musiche intervengono più significativamente sul finale. Lo spettacolo punta su un linguaggio visivo semplice –  abiti e scenografia neri, due sedie, due sgabelli – per esaltare appieno le capacità evocative di musica e voce. Ma non fatevi ingannare dalle suggestive atmosfere da inizio secolo: quell’ossessione per il successo che tormenta Robert Johnson parla di noi!

Daniela Di Carlo

 

foto DissolvenzeLab (Lorenzo Bolzani)

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