A TRE CHILOMETRI DALLA FINE DEL MONDO #recensione

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di Giordano / Sansone / Vanacore

Il sorriso di In, “sorella coreana” che illumina l’universo. E lo sguardo strano, nuovo e cambiato, di Aldo, infermiere e cuoco italiano. Sono questi i compagni di viaggio di Fulvio Vanacore – regista e autore insieme a Vincenzo Giordano di A tre chilometri dalla fine del mondo – lungo i sentieri del Cammino di Santiago. No, non stiamo parlando dell’inizio da cui ha preso avvio l’esperienza dell’autore tra Francia e Spagna, ma stiamo rievocando l’immagine della sua fine. Ovvero, là dove è possibile sfiorare il senso dell’oltre, dell’estremo, del punto dove un tempo si credeva finisse il mondo, racchiuso dentro a due parole: Capo Finisterra, ultimo affaccio sull’Oceano Atlantico, inizio e fine, fine e inizio di un viaggio. Fine e inizio di uno spettacolo – così come vuole il suo autore – immagine che riesce a scorrere in tutte le sue parti, lasciando continuamente il senso di una domanda che si perpetua ma non si conclude.
Nato orginariamente come reading per un attore e un chitarrista, a IT Festival viene presentato sotto forma di un breve estratto di diciotto minuti che conduce gli spettatori, due alla volta, a rivivere il cammino attraverso una voce in cuffia. Accolti su due poltrone attorno un tavolino, si scoprono le tappe del viaggio, dalla Francia fino alla punta più occidentale della Spagna, percorrendo sentieri persi nelle montagne o nel deserto, o rivivendo gli incontri dei pellegrini secondo quel “trovarsi” che non è fatto di parole. E poi la solitudine, la terra, i muscoli, i cespugli e le ossa. È un corpo dentro a un altro corpo a raccontare: il corpo di un pellegrino a confronto con la vastità del corpo-natura, con quel mischiarsi del dolore dei piedi dentro allo scroscio della pioggia o a quello sbattere d’ossa che si confonde con il ritmo del respiro. “Il cammino è sostanza viva, vera e autentica” che sfocia in un flusso costante di parole – ora di coscienza, ora lucido sguardo esterno – capace di restituire, mediante una visione densa e cristallina, l’aprirsi di finestre e di momenti proiettati sul cammino. Quel rincorrere l’orizzonte diventa metafora di vita dove “bisogna contagiare, lasciarsi contagiare”, cercare la bellezza e riconoscere che “l’amore è l’esperienza”.
Mentre si sfogliano le fotografie del viaggio o si sbirciano le tappe del cammino sulla Charta Peregrini “rallenti, contempli, respiri e continui”, rapito da un racconto che passa dal registro giocoso a quello più spirituale e poetico. Si compone di passaggi semplici e fluidi questo rivivere in rewind il Cammino. Ed ecco che il tempo catturato dentro al via vai della Fabbrica al Vapore può conoscerne un altro, intimo e lontano. “I pensieri tacciono. Le nubi. L’oceano e noi”. Là dove tutto finisce, “A tre chilometri dalla fine del mondo”, qualcosa inizia.

Carmen Pedullà

foto DissolvenzeLab (Lorenzo Bolzani)

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