AHAB #recensione

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di Pleiadi Art Productions

Accompagnate da tenui note, le luci sulla scena si colorano piano piano di blu, come fosse la rappresentazione di un’onda che delicatamente scivola sulla spiaggia. Ai margini della scena, però, due barili sembrano suggerirci un’ambientazione più ardita. Una figura, cappello da marinaio e occhiali da sole, si fa avanti con passo leggero e movimenti dilatati nel tempo, mentre una ricetrasmittente, attraverso cui un radiogiornale snocciola le ultime notizie sulla situazione ambientale e sul clima, detta il tema dello spettacolo. Il titolo della rappresentazione, Ahab, ci dà l’indizio definitivo e sulla scia della suggestione di Melville capiamo che il mare, anzi l’oceano, farà da protagonista. Sulla scena si delinea un senso di attesa e sospensione, sino al momento in cui le parole del misterioso personaggio ne rivelano l’identità e la storia. Lo spettacolo di Pleiadi Art Productions vuole affrontare il tema della salvaguardia degli oceani attraverso l’esperienza del comandante Paul Watson, attivista canadese e socio fondatore di Greenpeace. Il progetto è strutturato in più quadri, l’ultimo dei quali narra la vicenda del comandante e dell’impegno da lui profuso nel porre fine a qualsiasi tipo di violenza contro le balene.
I microfoni vicino ai barili amplificano la voce sorda e roca di Mariasofia Alleva – che interpreta Watson – e restituiscono frammenti dell’esperienza del capitano. Viene fatta luce sull’inevitabile necessità di presa di coscienza da parte del mondo riguardo a questo tema, sottolineando come sia sbagliato credere che non sia “affar nostro”. I venti minuti proposti a IT Festival propongono, sotto forma di confessione, esperienze e pensieri del comandante, raccontati ai due microfoni e intervallati da lenti e sospesi movimenti con i quali viene attraversata la scena. Piuttosto che dare spazio alla narrazione e al racconto di eventi o fatti concreti, si cerca di restituire sensazioni e speranze. Privato del suo contesto complessivo, come talvolta capita nei venti minuti previsti dal formato del festival, questo estratto rischia di non permettere allo spettatore di essere pienamente partecipe (e consapevole) della vicenda e di immedesimarsi nel personaggio di Watson. Lo spettacolo ha tuttavia il merito di dare luce a questioni che spesso rimangono in ombra e di cercare di creare una coscienza più profonda del rapporto ancestrale che lega l’uomo e la natura.

Elisabetta Cantone

foto DissolvenzeLab (Gianluca Riva)

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