Amaè – Piccola città che muore

Identikit
Ci sono delle questioni che è giusto porsi. C’è un teatro che sente la responsabilità di scuotere il suo pubblico e fargli vedere cose a cui prima forse non dava importanza, un teatro che è roso dall’esigenza di porre domande davanti alle quali lo spettatore non può rimanere impassibile. Il gruppo Amaè sente suo questo compito. Si tratta di Michele Basile, Alice Bignone, Ermanno Rovella e Antonio Valentino: gli anni condivisi durante la formazione all’Accademia dei Filodrammatici li unisce in una compagnia giovanissima, ma tutt’altro che impreparata. Ed è forse proprio grazie all’autorità dei loro anni che riescono a parlarci in modo serio e problematico della loro stessa generazione in Piccola città che muore. Questo progetto segue la strada tracciata dal loro primo lavoro, Il compromesso, spettacolo diretto da Carmelo Rifici su una parola che, noi italiani, soprattutto in ambito politico, conosciamo bene.

Perché vederlo?
Una domanda fondamentale: esiste una responsabilità nei confronti delle nostre radici? Il paesino di Noceto – quanti sanno dov’è? – sta morendo: quattro ragazzi hanno raccolto e vorrebbero restituire al pubblico la voce dei suoi ultimi abitanti. La realizzazione personale è davvero possibile solo attraverso la rottura con le proprie radici? Il futuro significa necessariamente la demolizione del passato? Che cosa cerchiamo nella nostra rincorsa in avanti e cosa ci lasciamo invece alle spalle? Piccola città che muore si interroga su tutto questo, sul bisogno di domandarsi se sia possibile ritrovare, oggi, un’identità perduta o se sia necessario costruirsene un’altra, magari proprio partendo dalla nostalgia profonda del proprio retaggio.

Miriam Gaudio

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