AMARI KA #recensione

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di Elektromove

Jean-Paul Marat è morto, schiacciato sotto il fondo scuro di un noto quadro di David. La griglia rigida di linee ortogonali che lo imprigiona nella vasca, però, è spezzata dal suo braccio, che langue morbido, carico della sua sofferenza ed erede di più antiche passioni. L’immagine, tableau vivant nel corpo di De Meo, apre la performance e sembra riassumerla tutta.
Ben presto, mentre la musica elettronica di Riccardo Modica rompe il silenzio, la vasca da bagno viene ribaltata in un podio, dall’alto del quale il performer, fra istrione e mercante, sembra quasi voler vendere al pubblico la sua collezione di profili virtuali di uomini in cerca di sesso: è con schiettezza e autoironia che De Meo, abbandonata la tradizione pittorica, spalanca la sala a squarci di contemporaneissima realtà privi di qualsiasi rielaborazione artistica, ammiccando a dimensioni, prestazioni, scurrili superficialità: “solo sesso senza menate”. Non c’è sapore di condanna nell’operazione di De Meo, ma il desiderio di accogliere un problema: è proprio a chi tenta di rimuovere le difficoltà di un contatto reale che egli decide di prestare il suo corpo, perché attraverso la mediazione della performance possa restituire il travaglio dell’esperienza erotica nella sua forma più piena. È così che nell’ultima parte dello studio (ancora forse non del tutto organica) De Meo si getta nella bocca del leone, accennando a una danza smarrita che si lascia intuire almeno nelle intenzioni.
Tessutasi addosso quella ‘rete’ che ci atrofizza in inerti nascondigli, De Meo infine la squarcia emergendo sofferente ma umano come il braccio di Marat, e sollevato uno specchio proietta sul pubblico i riflettori della sua esperienza artistica, perché quella penna che il rivoluzionario francese ancora stringe in mano continui a dare i suoi frutti tra noi.

Nicola Fogazzi

foto DissolvenzeLab (Antonella Lodedo)

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