COSA CI FANNO QUI TUTTE QUESTE DONNE? #recensione

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di Traverso/Evoè!Teatro

In una stanza buia due donne parlano tra loro e ascoltano altre voci di donna riprodotte da un registratore o che vengono dal cellulare. Le donne non dialogano propriamente, ma si trasmettono piuttosto sensazioni e cercano reciproca rassicurazione. La loro prigionia è metaforica, eppure potrebbe essere reale. Interviene quindi da fuori scena una figura maschile che sin dall’inizio le osservava, incappucciata: il torturatore, l’inquisitore, l’aguzzino che con una torcia illumina e scruta le presenze femminili. Poi l’uomo si scopre il volto e sciorina una valanga di luoghi comuni, sostanzialmente la sua indifferenza alle donne – considerate puri oggetti sessuali – e all’amore. Siamo dunque nello spazio (fisico e psicologico) della violenza sulle donne; siamo nella claustrofobia di una condizione che né il diritto né il progresso tecnologico paiono scalfire; siamo nella dimensione onirica della disperazione. Siamo, dal punto di vista scenico, nella mimesi di un incubo. Al quale manca qualsiasi azione: si tratta dunque della tentata rappresentazione di flussi di coscienza, ‘voci’ che si intrecciano, alle quali però vengono attribuite espressioni e frasi fatte tratte dalla cronaca, dalla rete, dai quotidiani e dalle dichiarazioni processuali. Peccato dunque che il testo non riesca a elevarsi a metafora e che lo scarto tra rappresentazione e realtà si annulli volutamente nella riproduzione meccanica. Il visibile impegno attorale della compagnia finisce dunque per restare schiacciato, e lo spettacolo (almeno nel formato presentato a IT Festival) rischia di risultare un collage di cui si avvertono troppo i vuoti tra le parti staccate. Si auspica dunque che la performance sfugga, nel suo risultato finale, al frammento e anche al tentativo abusato di teatro documentario.

Sotera Fornaro

foto DissolvenzeLab (Lorenzo Bolzani)

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