DEM/ONE #recensione

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di Marina Burdinskaya Company

Nel Simposio platonico si narra un mito sull’origine dell’amore: in principio gli esseri umani erano uniti a due a due in creature sferiche e autosufficienti. Poi furono separati, e da allora vanno in cerca della metà perduta. È forse questa l’intuizione che ha portato a rileggere la struggente passione dipinta nel trittico dei Demoni di Vrudel’ come il groviglio dei corpi nudi di due donne chiuse l’una sull’altra, distinguibili soltanto per la diversa tonalità della pelle. È così che la veemenza delle pennellate con cui l’artista russo scompone i contorni delle sue figure in confusi e primigeni “non-finiti” viene restituita sulla scena nella confusione delle membra, che intrecciandosi e sciogliendosi fanno come da sfondo le une alle altre senza soluzione di continuità. Mentre la musica si fa ora cacofonica ora più dolce, le danzatrici avviluppate si spostano per il palco alternando istanti di intensità a momenti di più disteso languore, in cui il contatto fisico diviene anche contatto visivo. La palpabile, quasi disturbante aderenza dei corpi non rimane esperienza individuale delle performer, ma penetra con efficacia nel pubblico, immediatamente coinvolto nel turbamento e nell’intimità della tutela reciproca. Spiace, perciò, che il modulo coreografico non trovi evoluzioni ulteriori e che la danza continui a ripetere le medesime figure: per quanto suggestive, si ha l’impressione che, senza organizzarsi in uno sviluppo, da sole non bastino a portare il coinvolgimento dello spettatore fino alla liberatoria separazione finale in due corpi distinti.

Nicola Fogazzi

foto DissolvenzeLab (Lorenzo Bolzani)

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