DONNE IN OSTAGGIO #recensione

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di TeatroeDintorni

Delle nove donne che compongono questo spettacolo, a IT Festival ne vediamo solo quattro. Ognuna di loro ha una storia da raccontare, piena di dolore e di violenza. Una narrazione che si divide tra canto e parola in parti uguali, secondo la prassi teatrale ben consolidata di Marzia Manoni: emerge così un preciso lavoro di tecnica vocale e insieme l’indagine sul canto e sui dialetti delle varie tradizioni d’Italia e non solo.  A legare insieme questi racconti al femminile è una corda, oggetto di scena e fil rouge dello spettacolo che   rimanda concretamente al dolore che le protagoniste, in modo diverso, si portano dentro. Strumento di morte ma anche strumento di gioco, la corda passa di mano in mano cambiando di segno in ciascuno dei quattro moduli proposti nella versione  di venti minuti: quattro quadri che, per quanto dettagliati, mancano di un po’ di spessore e di una coesione d’insieme. Il legame tra le quattro sembra – per continuare la metafora della fune – piuttosto sfilacciato e fa percepire allo spettatore la mancanza di qualche nodo drammatico, delle connessioni tra i personaggi. Un’interazione in realtà prevista nello spettacolo definitivo ma che nella versione del festival è solo una promessa mai mantenuta: solo nel finale, sulle note di una canzone calabrese cantata dalla Manoni, entra finalmente e silenziosamente in scena una seconda attrice (Valentina Patruno). Fino ad ora le due interpreti non erano mai comparse insieme sul palco e, esattamente nel momento in cui ci aspetteremmo che avvenga uno scambio, un’evoluzione narrativa, le luci si spengono e seguono gli applausi. Chissà dunque se i punti deboli dello spettacolo – ancora piuttosto evidenti a IT Festival – hanno già trovato la propria forza in un altrove dove Donne in ostaggio appare nella sua compiutezza.

Veronica Polverelli

foto DissolvenzeLab (Antonella Lodedo)

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