FOLLÌAR #recensione

foto di copertina 004

di ASTORRITINTINELLI

Follìar, come a dire “pazziamo”. Una dichiarazione di intenti che è prassi e quotidianità per qualunque attore, chiamato a deporre, ogni volta che sale sul palco, la propria identità in favore della maschera; sempre pronto a giocare, a interpretare, a folleggiare con il personaggio. E l’uomo, sul palcoscenico, esiste ancora? Che fine fa? Cosa diventa? Se lo domandano Alberto Astorri  e Paola Tintinelli in questo studio di venti minuti che, attraverso il Lear shakespeariano, tratta alcune delle questioni cardine dell’umanità come il senso della vita e dell’arte. Il teatro come limbo esistenziale, metà verità-metà finzione, in cui il Fool e Lear  attendono, legati e sgualciti come nel titolo (Follìar), il proprio Godot, interrogandosi su loro stessi. Un perpetuo arrovellarsi, un  ‘palleggiarsi’ (letteralmente) le responsabilità tra dentro e fuori, tra scena e platea, alla ricerca di una qualche risposta di senso, uno scopo, un ruolo. “Dove sta l’animale?” Si domanda a più riprese Astorri/Lear. “Sta qua, zietto cieco!” gli fa eco, spazientito, Tintinelli/Fool. Lo troveranno mai? Difficile a dirsi: il loro è il viaggio estenuante di una compagnia girovaga che ha da tempo compreso che, nell’arte e nella vita, il rischio più grande è quello della coazione a ripetere. Condizione vile, quest’ultima, dove il proprio talento, il proprio slancio, perfino il proprio spirito appassisce, costretto ad abdicare al mero perpetrarsi, a un incessante “esercizio di manutenzione”. Quella di ASTORRITINTINELLI è una riflessione nichilista che, come da copione nel teatro dell’assurdo, lascia aperti tutti gli interrogativi trovando però nell’esecuzione del duo, una delicatezza e una sensibilità ammirevoli. Il loro racconto, fragile come il filo di una ragnatela, potrebbe spezzarsi a ogni variazione di ritmo (il rischio più grande del loro studio), eppure ci avviluppa nella sua precarietà: siamo mosche cieche attratte da un movimento ondivago, ripetitivo, familiare, irresistibile.

Corrado Rovida

foto DissolvenzeLab (Laura Pezzenati)

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