Giardini #recensione

alice bellati 20170607_00

di Brandoli/Gattini

Un primo studio. Una “messa nello spazio” del testo originale di Lucia Brandoli Bousquet: così spiega, già in scena, l’attore di Giardini Gabriele Gattini Bernabò. Per questo primo attraversamento drammaturgico la compagnia parte leggera: la scenografia è uno spazio-non spazio, adatto a condurre lo spettatore sui terreni dell’immaginario. Una sedia sullo sfondo, che offre le spalle al pubblico, una scena ricoperta da vasetti di plastica, tutti dello stesso classico colore, il terracotta (tranne uno, nero).
È il portiere ad accoglierci nel giardino del condominio: uno spazio dimenticato da tutti, che sembra non interessare a nessuno, ma che allo stesso tempo non si può dire del tutto suo. Il nostro Virgilio non è un giardiniere, eppure ha iniziato ad amare le più di trecento varietà di fiori che conosce, a prendersene cura, a scoprirne i più nascosti segreti. Alcuni, inevitabilmente, marciscono: qualcosa li rode da dentro, proprio come i suoni stridenti dell’elettrocardiogramma impazzito che tormenta il portinaio. Ad ascoltarlo è un’ignara giovane, entrata dal retro del giardino, e con lei il pubblico: noi – come ci ricorda Una Rosa Gialla di Giambattista Marino e Jorge Luis Borges ne L’artefice che chiude lo spettacolo – non possiamo immaginarci di più, possiamo solo “menzionare e alludere, ma non esprimere”.
Gabriele Bernabò, con la sua recitazione morbidamente tesa, tra piccoli tic e malinconici sorrisi, trascina il pubblico nella storia e nella mente solitaria di un portiere senza nome alla ricerca della sua pace. Uno spettacolo che riesce, seppur nella sua forma sospesa, a delineare con tatto la personalità d’un uomo e con essa l’insoddisfazione che sempre ci incalza.

di Camilla Fava

foto: DissolvenzeLab (Alice Bellati)

 

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