HEARTBREAK HOTEL – STANZA N°13 #recensione

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di Collettivo Snaporaz

“Pago col sangue, ma non il mio”. È con la voce del ‘neo’ premio Nobel Bob Dylan che ci si affaccia nella Stanza n°13 dell’HeartBreak Hotel. Il nuovo modulo-spettacolare del progetto antologico degli Snaporaz è pensato in solitaria: a prendere posto nella penombra su una comoda poltrona vintage anni ’70 è solo uno spettatore per replica. Il suo compito: lasciarsi andare al flusso della narrazione, galleggiando in una dimensione di intimità del tutto simile a quella che si crea mentre si legge, ma che qui, a ben vedere, risulta del tutto presunta. Fin dalle prime battute ci si accorge infatti che l’angolo di stanza su cui affaccia la nostra seduta è piuttosto frequentato: da ogni direzione, da dietro le pareti, dall’abat-jour, dal telefono appoggiato a terra che presto squillerà, arrivano incessanti i frammenti di racconto. Un po’ come accade nei film di Lynch in cui (si pensi ad INLAND EMPIRE o alla Loggia Nera del redivivo Twin Peaks) ogni oggetto diventa una porta su una possibile dimensione altra, una parentesi narrativa che si moltiplica senza soluzione di continuità. Il riferimento alla cultura made in USA non è solo a livello drammaturgico (negli States il racconto breve del brivido ha una lunga tradizione a cominciare da Poe) ma si respira  anche nella scelta scenografica. Immaginandoci visti da dietro, potremmo benissimo richiamare una delle solitudini figurative di Edward Hopper: un uomo solo, chiuso in una stanza con i fantasmi della sua esistenza.  E che fantasmi! La storia che gli Snaporaz propongono in questo gioco di immedesimazione teatrale riguarda un’inquietante riflessione sul rapporto vittima-carnefice. Al centro della vicenda un serial killer americano – forse ispirato a quel Richard Trenton Chase soprannominato il Vampiro di Sacramento (il perché immaginatelo voi!) – e il desiderio di vendetta di un parente delle sue vittime. Sangue chiama sangue. Almeno così si dice, ma è davvero in questo modo che si affronta il male, anche quello più feroce?  E l’alternativa è davvero la misericordia religiosa, o è possibile anche un perdono laico? E ancora: nell’annientamento di qualcuno, non è forse implicito un nostro fallimento, un fuggire davanti a conti che, come canta Bob, non vogliamo pagare di tasca nostra? Un po’ di tempo per rispondere a tutte queste domande lo trovate in questi venti minuti, passati in contemplazione di un angolo. Del resto, è proprio da lì che, secondo la tradizione, spunta il maligno.

Corrado Rovida

foto DissolvenzeLab (Lorenzo Bolzani)

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