ISTANTANEA ON BO WE  #recensione

Istantanea on Bo We / © Pedro Almeida

di Maria Carpaneto/Il filo di paglia

È vero che l’arte è per tutti? Maria Carpaneto, sulla questione, non ha affatto una visione elitaria, e per questo ha costruito uno spettacolo come tentativo di avvicinamento reciproco tra palco e platea, un percorso in tre tempi che cerca di abbattere le categorie di “artista” e “uomo qualunque” mostrando come in tutti ci sia un seme di cui va solo curata la crescita. Il primo atto è l’impatto. L’artista è accovacciata, di spalle, scossa da micromovimenti che le pervadono la schiena e che le danno una fisicità non umana. Anche il suo costume suggerisce un’estraneità bizzarra: un mantello argenteo dalle frange di un verde acceso e un paio di guanti verdi, da giardiniere, forse un po’ eccentrici. Quando finalmente si volta l’impressione è confermata: il vestitino verde pisello e il viso, le mani e i piedi bianchi di gesso ricordano nel complesso proprio un alieno. E così la vocalità che ora infrange il suo silenzio è un’emissione di suoni inarticolati: è una lingua incomprensibile, quella dell’arte. Poi la musica, finora semplice sottofondo acustico, cambia bruscamente registro e ci immerge nell’atmosfera sfavillante del glam-rock: quell’alieno assume l’identità di Ziggy Stardust, il marziano che nei lontani anni ’70 è stato interpretato da David Bowie. L’extraterrestre, emblema della figura dell’artista, ha paura quando si accorge di noi, ma poi si avvicina al pubblico. Il secondo atto è il contatto. Una mano esile tesa verso quello spettatore in prima fila, rappresentante prescelto di tutto un pubblico, che ricorda il ragazzo del famoso album musicale: grazie all’aiuto di Ziggy diventerà una rockstar. La richiesta di disponibilità da una parte e il fremito del sentirsi al centro dell’attenzione dall’altra; il tempo di concepire che l’invito è reale, il momento della decisione, ed è fatta: il confine è infranto, ormai lo spettatore è sul palco, parte integrante dello spettacolo. Il gioco, in bilico tra comicità e serietà, inizia: è un flusso di azione-reazione continua in cui gesti non sono prefissati. L’improvvisazione certo non è mai tecnicamente perfetta, ma non è questo che interessa all’artista: sul palco è in atto un processo di apprendimento, un primo incontro non tanto con Maria Carpaneto, ma con un linguaggio. L’atavica idea dell’arte come mondo così alto da risultare, in fondo, lontano e alieno crolla nella concretezza di questo momento, catturato come in una fotografia istantanea dagli occhi di tutto il pubblico. D’altronde Carpaneto è un’ottima pedagoga: sa costringere lo spettatore ad attivare cervello e corpo, mettendolo nella condizione di far emergere una capacità che forse non sapeva di avere. Il terzo atto è il distacco. Il ritorno in platea non è però un ripristino della situazione iniziale: quel bordo palco non ha più un confine così netto. È avvenuta una contaminazione reciproca: il pubblico non riesce più a deridere la stranezza, e d’altra parte la Carpaneto è come se avesse registrato nella sua qualità di movimento l’esperienza appena vissuta. Il suo corpo rivive così, i gesti appena appresi, lasciando trasparire una profonda nostalgia: l’arte ha bisogno del suo pubblico, e ne sente la mancanza.

Miriam Gaudio

foto DissolvenzeLab (Pedro Almeida)

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