L5-S1 UNA STORIA NATURALE #recensione

002 (copertina)

di Alessia Vicardi

IN FACTORY…

Dove trovare le parole per comunicare il dolore? Come descrivere l’epicentro del mal-essere? L5-S1 una storia naturale è questo: la ricerca di espressioni capaci di affondare nel senso della sofferenza fisica. Ad affrontare l’impresa è Alessia Vicardi, attrice di lunga esperienza teatrale nonché laureata in Scienze etno-antropologiche, che a partire dal tentativo di dar voce al proprio dolore dà vita ad una piccola officina del linguaggio e dei suoi ritmi. Ed è un linguaggio costituito di comunicazione verbale quanto di suoni e movimenti: pur limitata dalla necessità del leggio, Alessia Vicardi si lascia percorrere dal vivido immaginario del testo (alla cui scrittura ha collaborato Michela Tilli, autrice di romanzi), accompagnandolo con gesti ponderati ma energici. Accanto a lei, sulla scena, pochi elementi significativi: una pianola, cui l’attrice si accosta accennando una melodia, e un mixer, abilmente gestito da Flavio Aster Bissolati, che alterna il ritmo violento di sonorità elettroniche (così simili al rumore dei macchinari utilizzati per le risonanze) a respiri di brani classici. Non è un caso che la scena sia occupata da strumenti musicali: sono esplicite metafore del corpo, strumento anch’esso e, in quanto tale, definito dai suoi limiti, dalle sue regole e i suoi numeri. L5-S1 è la storia di un’anima che fissa, studiandolo, il proprio contenitore, l’esoscheletro in cui si trova ad essere racchiusa e dal cui dolore sogna di essere liberata, tramutandosi in un nudo cervello che galleggia leggero in una vasca. Ma è anche e soprattutto la storia di un’artista che accetta di guardare la propria sofferenza, nello sforzo di afferrare i limiti di un guscio geneticamente difettoso, riscattandoli a fatti d’arte.

IN IT…

Liberata dal leggio, Alessia Vicardi non rinuncia però all’essenzialità dei suoi movimenti: calcolati ed efficaci, questi ultimi la tengono per gran parte dello spettacolo rigidamente in piedi al centro della scena, opportunamente incamiciata per il lettino radiografico. Ci sono situazioni, afferma la protagonista, in cui costretti dal dolore si impara a «giocare stando fermi»: è così che ogni tensione delle braccia, ogni respiro, ogni curvatura del torace dà voce a un grido del corpo. Anche la drammaturgia si fa più essenziale, levigando gli eccessi che in Factory minacciavano di stemperare il finale dello spettacolo.

Gianmarco Bizzarri

foto DissolvenzeLab (Andrea Mancuso)

*Un primo studio di questo spettacolo è stato presentato IN FACTORY durante i giorni di Agorà-Open IT. In questo articolo vi restituiamo quindi un doppio sguardo, che parte da lì per arrivare allo studio presentato nei giorni del Festival: IN IT

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