LA TELEFONISTA #recensione

foto per copertina 005

di e con Antonella Morassutti

Un tavolo, due telefoni anni Sessanta, qualche scartoffia. L’ufficio è quello di una telefonista: Luisa Britti è una donna comune, non sposata, con un lavoro noioso e un compagno che da qualche tempo sembra sempre più assente. In sottofondo la voce di Mina canta È l’uomo per me, quasi a spronare Luisa a tenersi il suo partner, a non permettere a nessuno di separarla da lui.
Siamo nel cuore degli anni Sessanta e Antonella Morassutti, nei panni della telefonista, si prepara a una giornata come innumerevoli altre: si trucca seduta alla sua scrivania, beve un bicchier d’acqua e si sistema l’abito rosso fuoco come se qualcuno – nonostante lei sia solo una voce per tutti i clienti del grande hotel in cui lavora – la stesse guardando.
I telefoni iniziano a squillare…che il lavoro abbia inizio! Tra richieste pressanti e continue Luisa trova un attimo di tempo per chiamare l’amato: lei premurosa e attenta come una madre, lui (di cui possiamo intuire le risposte) evasivo e vago come un ragazzino. È cambiato qualcosa, da allora, nei rapporti uomo/donna? Questo sembra domandarci, silenziosamente, la regista e attrice.
Lo spettacolo vive di frasi interrotte, mentre i gesti e la voce della telefonista si fanno sempre più concitati, nervosi, confusi. Il continuo rumore dei telefoni inchioda Luisa alla sua scrivania così come gli spettatori alle sedie, ma il rischio è che il ritmo resti ripetitivo e un po’ monotono. Alla telefonista non resta molto da fare: è impotente, chiusa fuori da quel mondo in cui vorrebbe vivere, segregata nel suo ufficio da cui, anche se per una sera uscirà prima, non può scappare. L’atto unico, scritto da Buzzati nel 1964, non può che richiamare La voce umana del predecessore Cocteau: eppure oggi, nonostante l’efficace sforzo dell’attrice, il testo fatica a raggiungere la medesima intensità emotiva.

Camilla Fava

foto DissolvenzeLab (Laura Pezzenati)

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