PICCOLA CITTÀ CHE MUORE #recensione

Amaè Piccola città che muore / © Pedro Almeida

di Amaè

Un tavolo, quattro sedie di legno, una tovaglia con i girasoli. In quest’atmosfera rustica la luce si accende su Cinto, il saggio di Noceto – una Piccola città che muore – e ci parla come fanno i nonni dopo il pranzo della domenica, quando hanno finalmente qualcuno di vivo con cui stare. Le sue sono parole di una saggezza antica e consapevole della propria identità, ma anche di un avvenuto cambiamento: “Non è che quella sapienza lì non vale più, è che siamo cambiati noi.” E come siamo cambiati? Cinto non dà spiegazioni, ma è un pungolo che, con una lenta pazienza, incide.
Musica. Ora quel tavolo accoglie una compagnia ben diversa: Arianna, Stefano, Giovanni e Federico… quattro ragazzi che esplodono di vitalità e risate. Sono vecchi amici, nati e cresciuti a Noceto, che si riuniscono per una serata: un ritorno a breve scadenza poi, come sempre, le strade si dividono. Ma il brio iniziale presto si acquieta di fronte alla consapevolezza che a Noceto sono rimasti solo due sotto i quaranta. Una recitazione concreta, un’intensità interpretativa capace di dare a una storia così comune per noi italiani la profondità che le appartiene; infatti la scelta di una resa realistica sia a livello scenografico che attoriale ben si accorda allo spessore di una drammaturgia incentrata su un problema esistente, che riguarda la nostra responsabilità nei confronti del passato. Chi si preoccupa della bellissima villa della Fogazzara? Il tetto è crollato per il disinteresse di tutti quanti, e in fondo anche tu sei colpevole. Infatti l’immedesimazione di ciascuno è inevitabile: lo spettatore, senza la violenza di un attacco esplicito, è chiamato a ripensare a come stia costruendo il suo futuro. Andarsene, rimanere: chi ha ragione? “Le cose muoiono quando non servono più, e questa è la vita che gira”, dice Cinto all’inizio. Se la vita è una ruota, ritornerà sui suoi passi? Uscire da una sala teatrale, sembrano dirci gli Amaè, non basta a sottrarsi dalla responsabilità di una scelta.

Miriam Gaudio

foto DissolvenzeLab (Pedro Almeida)

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