PROGETTO DOMINO #recensione

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di Gli Artimanti

Fuori dalla sala un uomo dalla barba lunga, distrutto, disfatto, avvolto in una grande coperta a scacchi, trangugia d’un fiato una bottiglia di quel gin che sembra essere l’unico amico a lui rimasto. È così che si apre Progetto Domino 2017, uno studio che due compagnie, Gli Artimanti e Linee Libere, portano avanti dal 2015. Fuori dalla sala c’è Fabrizio, un cameriere di goldoniana memoria (Antonello Azzarone): prende coraggio, si alza in piedi, mezzo nudo inizia a urlare la sua storia, il suo dolore per quei sogni falliti che sembravano tanto normali, tanto semplici da realizzare. Canta sulle note di Mannarino con una voce forte, popolare, da uomo che ha perso tutto. Il Cafè Burlesque, locale in cui lavorava, è lì di fronte a lui con le sue porte beffardamente chiuse: dentro è vuoto, abbandonato, non c’è più nemmeno l’amata Mirandolina, tutto si è perso. L’amore stesso ha perso contro la legge del più forte, del più ricco, del più ferale – Goldoni stesso ha perso forse – e a Fabrizio non resta che raccontare, portando la sua misera croce sulle spalle.
Una croce-feticcio che sostiene pantaloni e camicia, ma che Fabrizio cerca di distruggere: batte con odio feroce sulle porte del Cafè, sbraita in faccia agli spettatori, ma non c’è più tempo, sono arrivati i rinoceronti. Lo spettacolo si divide e si ibrida, simile a quell’uomo-chimera, il rinoceronte Mr. Boeuf, alias Salvatore Costa, che con inaspettata dolcezza indica al pubblico l’ingresso del locale. Cos’è successo al Cafè Burlesque, venduto per pochi soldi dall’alcolizzato Fabrizio? Azzarone si trasforma in Berenger e Ionesco prende possesso del palco – e degli attori. Lorenzo Tolusso nella scomoda e verdastra pelle di Jean, capo del locale e dunque di Berenger, ingaggia una danza da corrida con quest’ultimo: la drammaturgia suggerisce, ma non spiega, un’analogia tra Berenger e Fabrizio, lasciando però allo spettatore l’onere di tirare le fila. Quasi in un’allucinazione alcolica – ma Berenger non beve da un paio di giorni – il cameriere terrorizzato vede trasformarsi sotto i suoi occhi Jean in rinoceronte. Due spettacoli in uno, che cercano di creare continuità tra drammaturgie diverse: dal realismo esasperato di Fabrizio si passa – con un escamotage forse un po’ troppo semplicistico – all’onirico Il Rinoceronte. Violenza, prevaricazione sui più deboli, attaccamento morboso al denaro, desiderio di potere sono i temi che emergono con più forza da questa duplice messa in scena, in un gioco di rimandi tra epoche lontane, seppur profondamente simili.

di Camilla Fava

foto DissolvenzeLab (Bianca Vignato, Jo Fenz, Diego Cantore)

 

STAY TUNED: IT NEVER SLEEPS!