PROTOGONOS #recensione

alice bellati 20170607_09

di dueditre

IN FACTORY…
Vittoria Franchina, Michela Priuli, Elena Valdetara: tre danzatrici neodiplomate alla DanceHaus di Susanna Beltrami. Dueditre: un nome che evoca l’idea dell’incompiutezza come motore della ricerca artistica. Ed è proprio il tema della creazione ad ispirare le tre interpreti nel primo progetto autonomo del loro percorso professionale, che non a caso prende il titolo di Protogonos, “primogenito”. Basandosi sul mito orfico della creazione del mondo, dueditre dà corpo al proprio interrogarsi sulla creazione artistica: come nasce una cosa dal nulla? Prima non c’era, e ora c’è. Prima era caos, e ora è kosmos, “ordine”, dice l’etimologia greca. E nello stesso modo con cui la musica passa da una confusione evocativa di rumori a vero e proprio suono armonico scandito matematicamente in ritmi precisi, così ha ancora bisogno di un labor limae la qualità dei loro corpi, non ancora perfettamente all’unisono.

…IN IT
Ora, al festival, scopriamo finalmente i veri costumi di scena: tuniche totalmente bianche, come la tela pronta ad accogliere i colori dell’artista. Vediamo le tre accovacciate in uno spazio triangolare, circoscritto da bastoni luminosi (unici oggetti di scena), una dimensione racchiusa che ben rievoca l’uovo del mito orfico: la Notte, fecondata dal Vento, depose un uovo d’argento nel grembo dell’Oscurità, da cui uscì protogonos, il “primo nato”. Il movimento caotico e magmatico trasforma i corpi delle tre performer in materia malleabile, che si carica progressivamente in ritmo e forza; l’immagine è quella di un cratere di lava sempre più ribollente, finché la pressione non rompe il guscio e l’uovo si infrange in un’esplosione di energia, alla ricerca di uno spazio, di una collocazione. “Il primogenito fronteggia la realtà senza codici preordinati. Non ha risposte scritte in sé. Pensa. Ragiona. Sceglie. Si scopre uomo, capace di trovare soluzioni”, sottolineano le tre artiste, nelle note di regia. E in effetti questo percorso di determinazione appare da subito evidente nel gioco coi bastoni, di cui le tre scoprono le diverse potenzialità: ci si può appoggiare, rotearli, si possono soprattutto disegnare forme sul suolo, rendendo così lo spazio da ignoto ad habitat pienamente controllato. La musica passa dall’evocare una fucina in attività al ticchettio dell’orologio, e i bastoni diventano lancette, pendoli, e poi attrezzi da fabbro necessari per martellare, misurare, e limare nei particolari i corpi stessi, che acquistano via via una precisione formale. Il labor limae è completo. Le tre adesso si muovono all’unisono: gli arti a formare angolature misurabili, i bastoni a riproporre forme geometriche regolari. Sembrano le forme del caleidoscopio: un ingranaggio perfetto di incastri in continua metamorfosi. Il finale aperto con cui termina la performance – il buio di scena accoglie le danzatrici ancora in movimento – richiama per l’ultima volta l’idea di sospensione, di opera in fieri. E a noi viene la voglia di sapere come si evolverà nel tempo questo essere, come dueditre maturerà la sua neonata esistenza?

Miriam Gaudio

foto DissolvenzeLab (Alice Bellati)

*Un primo studio di questo spettacolo è stato presentato IN FACTORY durante i giorni di Agorà-Open IT. In questo articolo vi restituiamo quindi un doppio sguardo, che parte da lì per arrivare allo studio presentato nei giorni del Festival: IN IT

STAY TUNED: IT NEVER SLEEPS!