QUEL CHE RESTA #recensione

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di Monica Faggiani

Non è facile raccontare una storia in prima persona. Non è facile ripercorrere a ritroso il passato soprattutto quando le lettere appartengono alla pelle di chi le racconta e a un momento di dolore. Ma si sa, l’arte del narrare in qualche modo libera, estende il pensiero alla concretezza della scrittura o, come in questo caso, dell’oralità. Quel che resta di Monica Faggiani inizia proprio da quel che rimane dopo e dentro a una storia autobiografica, quella dell’attrice in scena. Parla di  mobbing, “una parola precisa che causa effetti dannosi sulla persona tramite comportamenti aggressivi di natura psicofisica e verbale”. Una violenza subita dalla protagonista nella vita privata e nella vita professionale che lascia “un sapore amaro in fondo alla gola”, imprigionato per lungo tempo. Ma quel che resta parla anche del desiderio di cambiare le cose e del coraggio per farlo. Le parole dell’attrice diventano così una cassa di risonanza per le innumerevoli storie legate alla contemporaneità e, molto spesso, taciute.
La protagonista veste inizialmente I panni di una Persefone smarrita, costretta a vivere per l’eternità nel mondo degli Inferi, mangia le bacche di melograno, fa quel che gli altri le dicono di fare. Non si oppone, crede alle favole, crede a un amore violento travestito di ingenua falsità. Ma poi l’attrice “sceglie di essere la donna del suo cambiamento” proprio il 24 novembre di alcuni anni fa, dopo l’ennesimo episodio di violenza psicofisica subita dal marito, nonché datore di lavoro. Come recita l’epitaffio “Nè con te, né senza di te”, suggerito nel film “La signora della porta accanto” di François Truffaut, Monica Faggiani riesce a guardare in faccia quel sottile intervallo che la costringe a una condizione di immobilità e riconosce la realtà del mobbing. Restituisce dunque a una parola la sua densità di significato, trasformandola nel coraggio di lasciarsi alle spalle il velo delle favole e con lui il legame che la teneva costretta a una relazione dannosa.
È una storia che attraversa registri narrativi diversi quella proposta da Monica Faggiani, a tratti impegnata in una rievocazione dolorosa del passato, a tratti rinvigorita dal coraggio del cambiamento e dalla possibilità di voltare pagina, a tratti schierata contro le velleità delle favole da lieto fine secondo l’etichetta “e vissero tutti felici e contenti”. La narrazione dell’artista pare accostare la violenza del mobbing alla disillusione dalle favole, due universi che stridono un po’, per un disorientamento che conduce lo spettatore a confrontarsi con una domada aperta. Denuncia di una violenza subita o invettiva contro un mondo fatato che non esiste? “Bang bang, he shot me down, bang bang, I hit the ground, bang bang, that awful sound, bang bang, my babyshot me down”. Il finale scorre con le parole della colonna sonora “Bang Bang” del celebre film King Bill di Quentin Tarantino che orienta così lo sguardo dello spettatore verso una violenza subita e ormai superata. Forse un futuro sviluppo del lavoro chiarirà la via tra le due strade proposte per quel che resterà.

Carmen Pedullà

foto DissolvenzeLab (Rosalba Amorelli)

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