SONO UNA BIONDA, NON SONO UNA SANTA #recensione

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di Laura Formenti

Laura Formenti scivola con agilità dal pre-spettacolo allo spettacolo vero e proprio, dettando le regole fin dal primissimo istante di buio in sala.  Ciò a cui stiamo per assistere, ci avverte, è una forma di spettacolo molto nota al pubblico anglofono, ma ancora inusuale per quello italiano. La stand-up comedy non solo non prevede la quarta parete, ma coinvolge in prima persona gli spettatori nella costruzione di un monologo irriverente e diretto che mantiene sempre uno stretto legame con la realtà. Nella scena vuota il microfono sull’asta è l’oggetto-metafora che esplicita la dinamica dello spettacolo: una confessione personale ma anche un momento di intrattenimento live, un progressivo disvelamento dei ruoli (quello di donna e di interprete), ma anche volontà di giocare sulla loro sovrapposizione in un continuo equilibrismo scenico. Laura Formenti si muove su questo confine per costruire un rapporto di empatia soprattutto (ma non esclusivamente) femminile con il pubblico, affrontando in maniera graffiante temi che spaziano dalla religione alle politiche sociali, dal razzismo al sesso. Un vero e proprio turbine di energia che riesce a mantenere il ritmo della comicità molto alto senza cali di tensione, passando con disinvoltura da un argomento all’altro. E se la tecnica e la verve sono innegabili, ciò che forse convince meno è il repertorio di battute: le trovate sono vivaci e dissacranti, ma talvolta si fa sentire il desiderio di qualche novità o, per lo meno, di una costruzione più graduale e raffinata del tempo comico.  Probabilmente il formato di venti minuti di IT Festival ha incentivato a preferire, nella selezione di uno spettacolo già completo, le battute più essenziali e immediate. Il risultato è una riuscita dichiarazione di intenti, una prova di bravura che rivela la qualità artistiche della Formenti ma che lascia un pizzico di amaro in bocca.

Chiara Marsilli

foto DissolvenzeLab (Diego Cantore)

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