TEMPO DI GUACE #recensione

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di Daniela Iotti

Un volto in primo piano bisbiglia proiettato in video sullo sfondo. Sul palco, un mucchio di fogli di giornale si solleva, lasciando emerge una ballerina in un rotolare di ortaggi, cartacce, indumenti. Sono queste le leggi del cosmo scenico di Daniela Iotti, che osa sovrapporre linguaggi tanto distanti come video, voci off, danza, clownerie, e creare inediti pasticci semantici quali ballerine in atteggiamenti da clochard. Del resto, degli impasti la performance sembra fare il proprio perno: l’azione teatrale incorpora l’opera scritta di Claudio Damiani e fin dal titolo lo spettacolo ci viene presentato come una crasi: “guace”. Sono proprio le poesie di Damiani a far luce su questa curiosa parola: l’immaginario del poeta è costruito sulla trasposizione di un mondo bellico ed eroico nella quotidianità delle nostre vite. È dal paradosso di una guerra condotta in tempo di pace che prendono vita le sequenze più riuscite della rappresentazione: mentre la voce fuori campo recita di fucili caduti sul campo di battaglia, sul palco a cadere sono borse da computer; alla vestizione dell’armatura narrata da Damiani fa da contrappunto scenico l’altrettanto faticoso rituale di indossare ogni giorno il cappotto per andare al lavoro. Altrove si ha invece l’impressione che i registri formali non riescano a dialogare con agilità: l’apparato visivo, per quanto suggestivo, opera a volte su binari così distanti dalla drammaturgia e dai testi recitati che i piani, anziché arricchirsi l’un l’altro, rimangono mutili, in una sovrapposizione difficilmente comprensibile. Un eccesso di segni e di spunti, nella forma ancora embrionale dello studio, rischia di soffocare le buone intuizioni su cui poggiano le fondamenta della performance.

Nicola Fogazzi

foto DissolvenzeLab (Diego Cantore)

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