CELLO DADDY! #recensione

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di PianoinBilico

In fondo allo spazio scenico c’è lui, perché in fondo a questa storia di talento c’è essenzialmente lui, il violoncello suonato della leggendaria Jacqueline du Pré, fino a quando la sclerosi multipla non lo ha sottratto alle sue mani con un tragico e definitivo ‘furto’. Ed è proprio da un furto – fuori metafora e paradossalmente provvidenziale – che prende avvio Cello Daddy!, storia dell’incontro-scontro fra il violoncello di Jacqueline, che nello spettacolo ha il corpo di Silvia Rubino, e la responsabile dell’estorsione, Viola (Silvia Giulia Mendola), musicista che vive nel mito della virtuosa violoncellista e nell’ossessivo desiderio di “farsi notare” dal maestro Daniel Barenboim. Chiusa nell’attesa, all’interno di una stanza simile a un antro nascosto agli occhi del mondo, Viola viene “provocata” dallo strumento rubato, accusata di voler suonare per brama di visibilità e non invece per farsi ascoltare. Il dialogo è carico di sferzate, salutari e aspre allo stesso tempo, ben intervallate da lampi di ironia, che, se toccano le esitazioni e il timore di misurarsi con un modello inarrivabile, tuttavia non mancano di incoraggiare la musicista. Il cambio d’abito di Viola, di un rosso deciso e avvolgente, segna il passaggio verso il fatale e temuto senso di appartenenza reciproca. L’espressione di questa totale sintonia e compenetrazione fra se stessi e l’oggetto della propria vocazione è resa da Rubino e da Mendola con silenzi di parola, riempiti da coinvolgenti movimenti di danza, che culminano in un abbraccio. Il tutto dialoga con la “leggendaria e definitiva” esecuzione di Jacqueline del Concerto per violoncello e orchestra di Elgar (Mi minore Op. 85) e con alcuni istanti della sua joie de vivre, proiettati sul fondo della scena: è proprio allora che Viola, mentre suona, afferma di aver visto Jacqueline e comprende che è dentro la sua musica che vuole stare. Il crescendo con cui lo spettacolo racconta il rapporto tra la musicista e il suo strumento dà forza a questo epilogo, in un dialogo con il talento che è necessariamente anche fisico. Ecco allora che la scelta di dare un corpo al violoncello di Jacqueline du Pré è drammaturgicamente efficace e coerente, come quella di dare voce umana allo strumento che, fra tutti, si dice sia il solo in grado di riprodurla.

Raffaella Viccei

foto DissolvenzeLab (Gianluca Riva)

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