TRIANGOLO SCALENO #recensione

ALETHEIA_BIANCA VI-9

di Aletheia

Lo spettacolo Triangolo Scaleno ruota attorno a un’idea originale: l’incontro fra le Tre sorelle (Cechov) e Hannah Arendt, Rachel Bespaloff, Simone Weil (Hannah e le altre di N. Fusini). La posta in gioco è alta e le sfide da affrontare non poche, a partire da quella di creare una drammaturgia che sappia stare in equilibrio (e/o disequilibrio) tra un testo cardine del teatro e un saggio storico-culturale di eccellenza. Ed è proprio questa parte del lavoro di Aletheia che necessita qualche aggiustamento, soprattutto per evitare che alcuni accostamenti fra i due mondi rappresentati possano risultare eccessivamente criptici. Trattandosi di uno spettacolo in divenire c’è modo di perfezionare quanto proposto a IT Festival e dare così, di riflesso, maggiore forza a quegli elementi di interesse già presenti nello ‘studio’. Tra questi vanno segnalati l’inizio e la fine della messa in scena. Nell’incipit viene gettata la prima pietra di costruzione dell’incontro tra le ‘sorelle’. L’arduo compito di iniziare questo esperimento di connessione è affidato a Vera Caroppo che, sola in scena, in piedi dietro a un tavolo, solleva tre calici di vetro e, muovendoli con intrecci calibrati, quasi fosse un rito alchemico, scandisce le date di nascita e morte di Checov e quelle delle tre ‘sorelle’ del XX secolo. Triangolo Scaleno inizia dunque con il tempo, elemento chiave nella costruzione cechoviana di Olga, Masha, Irina così com’è fondamentale nelle vite delle tre intellettuali di Fusini, nella duplice accezione di tempo storico ed esistenziale. Questa sorta di evocazione magica fa apparire d’un tratto in scena Olga (Simona Assandri) e Irina (Eliana Rotella) e, insieme a loro, anche i temi chiave dello spettacolo: il lavoro e il vagheggiamento di una vita che non si vivrà mai – fissato nella vana ripetizione del nome di un luogo irraggiungibile “Mosca”. È in special modo questa riflessione sul proprio operare il terreno d’incontro fra le protagoniste dell’opera teatrale e quelle del saggio della Fusini ed è proprio su questo argomento che Aletheia provoca il pubblico spingendosi anche oltre i testi guida, fino a uno sconfinamento nel presente. Qual è il senso del lavoro oggi? Quali lavori hanno valore? Le parole di una vacua giornalista (Rotella), pronta a trasformarsi in un’aggressiva banditrice che mette all’asta varie tipologie di lavoratori, fissano in modo grottesco il tema dell’occupazione nella società contemporanea. Questo personaggio, portatore di un mondo banale e svuotato di senso, si spoglia infine della sua appariscente parrucca bionda: Rotella torna a vestire i panni di Irina. È dunque a Cechov che si torna nell’epilogo dello spettacolo: “lavoro da tanto tempo, mi si è inaridita la mente … nessuna soddisfazione, e il tempo passa e mi sembra di andare sempre più lontano dalla vita vera e bella, verso chissà quale precipizio”. L’incontro crepuscolare delle tre sorelle sul proscenio, fa sentire, pur nella vicinanza fisica, l’ineluttabile incomunicabilità e solitudine esistenziale, che viene suggellata dalle note di Eleanor Rigby dei Beatles.

Raffaella Viccei

foto DissolvenzeLab (Bianca Vignato)

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