UNA VOCE DI DONNA #recensione

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di DVP Teatro Espresso

Nel dilagare di teatro che auto-riflette su se stesso, sulle proprie capacità espressive e performative, una questione torna di frequente: nel post-moderno è ancora possibile il teatro classico e di parola? La domanda (qui ovviamente semplificata) consiste insomma nella praticabilità e nell’efficacia della messa in scena che si basa su un testo e sulla performance; di una messa in scena, cioè, in cui le ormai abituali contaminazioni con il video, ad esempio, costituiscono tutto sommato un contorno, un supporto, un commento – non superfluo, ma certo non essenziale rispetto alla presenza attoriale. Questo spettacolo, che è parte di un progetto che vuole esplorare le motivazioni psicologiche e sociali dell’agire femminile attraverso figure-simbolo, sin dal titolo è un’apologia della voce attoriale: ed in particolare la voce di una donna presa dalla più potente delle forme di ‘mania’ platonica, quella d’amore. Una donna che nella voce, deformata dall’uso di droghe ed alcol, somatizza la patologia della seduzione e dell’abbandono, della mancanza della persona amata e della sua distanza; una voce che si realizza in un lamento ambivalente, che culmina nel canto; una voce che sa modulare insomma tutti i toni, dalla disperazione all’esaltazione dionisaca. Il modello di riferimento è il celebre La voce umana di Jean Cocteau, in cui com’è noto il teatro si misura con la diffusione di mezzi di comunicazione che cominciavano, all’inizio del Novecento, con il sostituire la virtualità alla presenza: ed in particolare con il telefono. Qui la virtualità dolorosa si introietta nel monologo sofferto della voce attoriale, in cui il soggetto non si disgrega né si perde, ma sa ancora dire, dunque comunicare, la propria esperienza di essere al mondo e renderla universale: il miracolo, in fin dei conti, della mimesi teatrale.
Il distanziamento ironico da parte del presentatore istrionesco della vicenda (un brillante Marco Signorile) costituisce la cornice colta di riferimenti in cui si incastona il monologo della voce di donna (un’impeccabile Giulia Ines): a confermare che l’interazione di emozioni sulla scena provocate dalla voce di donna/attrice non può essere sostituita dalla fruizione passiva delle immagini video raffinate e preziose (video art di Matteo Balsamo). Il teatro di parola, il teatro classico, l’esposizione dell’attore che guarda negli occhi lo spettatore, in un crescendo di domande sulla condizione umana nella sua vulnerabilità sentimentale,  nella sua corporeità nuda, ferita da un non corrisposto amore (dall’amore utopico), difende e conserva tutta la sua efficacia; dà origine pertanto ad una percezione estetica che altri mezzi (come il cinema) non possono originare. Resta dunque il testo, ossia la parola e la donna (come nel teatro espressionista figura metaforica, dunque la Donna) e la sua voce addolorata; sopravvive il teatro come luogo di visione della parola performata, come unico possibile luogo di confronto sulle questioni insolubili dell’esistenza. Brava e coraggiosa la compagnia, in tempi dominati dall’idea di venire ‘dopo’ qualsiasi cosa, a voler tornare invece  alle origini, senza rifiutare il presente, dunque non musealmente. Brava l’attrice, Giulia Ines, nella sua prova difficile, ambiziosa e riuscita. Il telefono, la “macchina di tortura della comunicazione moderna”, almeno per lo spazio di questa performance, resta muto, ed implicitamente dimostra tutta la sua inutilità.

Sotera Fornaro

foto DissolvenzeLab (Gianluca Riva)

 

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