WAHRHEIT MACHT FREI, LA VERITÁ RENDE LIBERI #recensione

wahrheit-macht-frei_Gianluca-Riva_8618

di Spazio Verticale

IN FACTORY…
A IT Festival c’è spazio per tutti, ma è innegabile che a spopolare siano soprattutto le nuove drammaturgie, gli esperimenti di regia collettiva, gli incroci più inusuali tra le varie forme sceniche.  E i classici? Certo, ci sono anche loro, ma sempre passando attraverso le più ardite rielaborazioni. L’operazione di Spazio Verticale è invece in controtendenza: La verità rende liberi è tratto da La morte e la fanciulla di Ariel Dorfman, nota drammaturgia – Roman Polanski ne trasse l’omonimo film –  incentrata sul rapporto vittima-carnefice e ambientata in un imprecisato paese sudamericano a cavallo tra una vecchia dittatura e un nuovo governo democratico . “Un testo geniale”, commenta a margine della replica di Agorà Antonella Voltan, in scena nei panni di Paulina, “perché fino alla fine non riesci a capire quale sia la verità”. E in effetti, una certa ambiguità di fondo è nascosta in molti elementi dello spettacolo, a cominciare dall’abbigliamento dei personaggi che nasconde messaggi cifrati:  Paulina compare in scena con un soprabito bianco che abbandona fin dai primi istanti, una veste di purezza che nasconde l’abito nero molto attillato che vestirà per il resto dello spettacolo. Si tratta di un chiaro segnale di un male profondo innescato dentro di lei, da cui non riesce liberarsi: la violenza ricevuta in passato, la gelosia divoratrice nei confronti del marito, ma soprattutto l’ansia di vendetta nei confronti del suo aguzzino. Altrettanto ambiguo il dress code di Gerardo (suo marito): membro della commissione per le indagini sui crimini della precedente legislatura sfoggia un abito candido ma anche un paio di scarpe eccentriche, del tutto fuori luogo:  siamo di nuovo sulle spine un dubbio sottile si insinua nella mente dello spettatore. Chi di loro sta dicendo la verità?

…IN IT
A differenza di quanto visto in Agorà, ora al lato del palcoscenico c’è  un uomo senza volto che assiste immobile, seduto a un tavolo. La sua presenza inquietante amplifica in noi il sospetto su ogni parola pronunciata da Gerardo e Paulina. Spazio Verticale lasciandoci nella versione “di prova” ci aveva promesso un elaborato gioco di luci che avrebbe esternato la psicologia della protagonista: le limitazioni tecniche non hanno permesso di realizzare appieno l’effetto psichedelico sperato, ma l’idea, per quanto accennata, sembra valida e da accentuare. Sulla stessa linea, l’aggiunta di un tulle bianco su cui vengono proiettati video e immagini aiuta a calarsi nelle profondità della psiche di Paulina e particolarmente efficace risulta l’immagine del persecutore, un’ombra muta a cui la donna confessa qualsiasi cosa. Tutto è puntato sul ricreare un clima di tensione che, alla lunga, rischia di ottenere l’effetto contrario, livellando la narrazione su un unico registro: la responsabilità è forse della recitazione iper-naturalistica e di una regia pulita ma prevedibile (assolutamente giustificata dalla giovane età di Paolo Panizza).  A prescindere da questi aspetti un po’ traballanti, laresa scenica invita il pubblico in modo chiaro ed efficace a non incasellare in schemi predefiniti la complessità di una realtà che nasconde molto di più di quello che riusciamo a comprendere.

Veronica Polverelli

foto DissolvenzeLab (Gianluca Riva)

*Un primo studio di questo spettacolo è stato presentato IN FACTORY durante i giorni di Agorà-Open IT. In questo articolo vi restituiamo quindi un doppio sguardo, che parte da lì per arrivare allo studio presentato nei giorni del Festival: IN IT.

STAY TUNED: IT NEVER SLEEPS!