Almeno io nell’universo


Share this :   | |

Dai Presocratici a Quèlo (il personaggio di Guzzanti in accappatoio bianco e caschetto stile Cleopatra che ricordava quanto “la risposta fosse dentro di noi, ma comunque: sbagliata”), l’uomo si è sempre interrogato in merito alla sua collocazione nella galassia, alternando spinte fusionali, derive zen e guizzi panteistici, a sconsolate epifanie monolitiche e rassegnate capocciate solitarie.  Questo richiamo filosofico a buon mercato mi è utile per proporre un parallelo tra quattro lavori che ho visto a IT Festival, ovvero, Werther (?), o dell’assoluto di Circolo Bergman, SocialMente di Frigo Produzioni, Vedi alla voce Alma – studio per una voce umana di Nina’s Drag Queens e Sogno di un Soldatino di Loris Dogana, che mi paiono accostabili proprio sul piano del rapporto tra intimo e mondano, tra interiorità monologante e rumore di fondo.
La proposta di Circolo Bergman muove dalla voglia di sperimentare linguaggi artistici inediti: un percorso in cuffia, guidato da due voci narranti che accompagnano lo spettatore in ogni fase del suo sviluppo. Più precisamente, le voci di Marcello Gori e Sarah Chiarcos, realizzano de facto la suggestione teorica da cui sono partita: portano da “fuori” a “dentro”, dall’esterno dello spazio teatrale – e quindi la Fabbrica del Vapore, con la sua architettura, la sua storia, il suo passato – all’interno, non tanto della sala in cui avviene la performance, quanto dell’esperienza che si propone. Tema dell’indagine è l’amore, inteso, con Goethe, come esperienza assoluta: forza eversiva e inarginabile che scardina ogni dinamica ordinaria per innalzarsi nel regno del sublime e della sublime devastazione.
Nel “dentro” del percorso delineato da Circolo Bergman, lo spettatore, o meglio il partecipante, si ritrova a tu per tu con le domande da cui sono partiti gli artisti (“si può parlare di un’esperienza senza averla vissuta?) e con quelle che accompagnano la fruizione, eco puntuale del nostro interrogare (“cosa sta succedendo? Cosa devo fare? Dove mi metto?”). Il mondo “fuori” cessa di esistere per venti minuti, e la voce narrante riesce ad accompagnarci nella profondità delle domande ultime sull’uomo, sulla vita, sull’amore, senza abbozzare teorie estetiche o scappatoie gnoseologiche, ma avvalendosi proprio dell’artificio teatrale nella sua forma più pura: far accadere le cose nel qui e ora, sfruttando i corpi vivi delle persone coinvolte, i loro vissuti, i loro ingaggi emotivi.

SocialMente è uno spettacolo sul linguaggio mortificante dei Social Network, e sullo scollamento da una realtà sempre più vista e sempre meno agita, se non scimmiottando mostruosi modelli mutuati dal tubo catodico e dai suoi epigoni. In questo caso, la voce interiore non può che tacere davanti all’invadenza del rumore di fondo, causato dal ronzio di un frigorifero o dal bagliore di un televisore sempre acceso. Esistono dei margini di resistenza o dobbiamo pensare che il white noise abbia prevalso ormai su ogni aspetto del vivere sociale, corrompendone per sempre la struttura? La risposta di Claudia Marsicano e Francesco Alberici non è univoca.
Nella loro apatica narrazione – l’aspetto a mio avviso più interessante dal punto di vista drammaturgico è il lavoro sulle pause, la capacità di trasformare in cesure e ritardi, una noia dell’esistere che diventa dissacrante e struggente allo stesso tempo – riescono a convivere spinte diametralmente opposte, giocate con gli stessi codici: le due canzoni cantate da Claudia si muovono su piani antitetici, l’una incarnando tutto il fascino morboso della deformità lessicale dalla quale siamo ormai soggiogati, l’altra erompendo con voce piena sul pubblico a risvegliare un’emotività creduta esaurita, e invece ancora possibile, ancora potente. Il risultato è uno spettacolo intelligente, ironico e toccante che coinvolge lo spettatore in modo non banale, grazie a una presenza scenica che si nutre di qualcosa di simile alla grazia, ma più greve e più sanguigno.

Lorenzo Piccolo, membro delle Nina’s Drag Queens mette in scena un monologo dove la dimensione tra io narrante e ingerenze del mondo esterno si mostra nella sua irriducibilità: a partire dallo studio della Voce umana di Cocteau, e in particolare dall’analisi delle (impietose) didascalie dell’autore, l’attore – che è anche drammaturgo e regista dell’operazione – mette in scena un personaggio femminile, una drag queen che incarna la quintessenza della solitudine femminile. Concentrandosi intorno alla figura della musa, intesa come creatura incantevole capace di suscitare l’ispirazione artistica in chi la frequenti, Lorenzo passa in rassegna alcune muse celebri, mettendone in evidenza i motivi di fascino e la costitutiva fragilità: proprio quella tendenza alla solitudine, quella mancanza di affermazione se non in relazione all’altro da sé, se non supportate da una funzione vicaria, che si manifesta nella più commovente delle manifestazioni, la telefonata all’uomo che se n’è andato e che viene ancora disperatamente aspettato. La proposta di Lorenzo Piccolo mescola sapientemente riferimenti testuali alti e numeri da avanspettacolo, com’è nella tradizione drag: ne risulta un’operazione colta e convincente che non disdegna l’uscita smaccatamente comica e che riesce a far ridere e intenerire nello stesso tempo.

Infine, in questa disamina del rapporto tra io e mondo nel panorama teatrale presentato a IT Festival, è interessante includere Loris Dogana e al suo spettacolo Sogno di un Soldatino. Si tratta di una rilettura della celebre fiaba del soldatino di stagno di Andersen: uno spettacolo per bambini che parla molto anche agli adulti. Loris non si limita a mettere in scena la vicenda, ma agisce sul palco come un artigiano della narrazione. I suoi strumenti sono una piccola scatola luminosa, un paio di sagomine dei protagonisti, qualche lucetta che diventa personaggio, un buffo cappello e nient’altro. All’infuori, ovviamente, della sua abilità di contastorie: non si tratta tanto di essere un buon interprete, un attore rodato, si tratta proprio di saper costruire coi propri mezzi un piccolo mondo altro, un piccolo universo incantato dove far accedere minuscoli atti miracolosi.

Raccontando la sua storia, Loris riesce a colpire lo spettatore in quella zona di innocenza assoluta e di somma bellezza, che è l’infanzia, lo spazio del ricordo, il lessico familiare. Sia chiaro, questo non avviene soltanto perché lo spettacolo è dedicato ai bambini: accade perché, utilizzando i suoi ferri del mestiere totipotenti, Loris è in grado di ricreare l’illusione di un mondo possibile fatto esattamente su misura della voce che lo sta descrivendo. Così facendo, risolve creativamente quello iato, quella frattura insanabile: assistere al realizzarsi di questo incanto (o illusione, chiamatelo come preferite, in base al vostro grado di cinismo) è più consolatorio di tanto teatro sedicente intenso o toccante o profondo.

Cosa resta, alla fine del discorso, di quella doppia spinta verso il dentro e verso il fuori? Di quel rifugio nelle spire della propria intima solitudine e di quella tensione a stare nel mondo? La sensazione di aver assistito a quattro esperimenti che, con modi e linguaggi del tutto differenti, hanno saputo trarne linfa vitale, e sono riusciti nell’impresa più stimolante: trasformare l’inconciliabilità, la contraddizione, la crisi, in qualcosa di bello e vibrante.

Arianna Bianchi